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Pompo Ergo Sum

 

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L’occhio che si avvicina alla palestra per la prima volta non riesce a cogliere l’essenza profonda dell’oggetto che ha di fronte. Non riesce nella maggior parte dei casi a superare il trito stereotipo che vuole definirla luogo superficiale di allenamento corporeo, ricettacolo di sudore analfabeta e bicipiti gonfiati fino a diventare palloni aerostatici.

muscolo

via Shutterstock

Ma quando ci si spoglia del pregiudizio ideologico e si comincia ad osservarla con gli occhiali della ragione, emerge una precisa geografia dell’anima della palestra, con il suo coacervo di emozioni, le sue istanze psicologiche, le sue domande di senso sempre più pulsanti, sempre più gravide, sempre più insolubili.

La corsa sul metodo

Il dubbio è l’origine della sapienza: ne è ben conscio l’uomo che decide di riscaldare i muscoli del corpo sul tapis roulant per affrontare con maggior vigore il gran libro del mondo, e non è a conoscenza del metodo più adeguato per avventurarsi in quella combinazione paradossale di movimento e stasi.

Il dubbio, che pure ci garantisce di esistere, sussiste soprattutto in relazione alla velocità.

Quando l’interfaccia informatica dell’attrezzo ci richiede di fornire informazioni inerenti ai km orari che intendiamo percorrere, la mente va subito alla necessità di pervenire a un livello di rapidità trascendentale, e il pensiero si traduce in azione: impostiamo 8,5 km/h.

Presto, tuttavia, chi si imbatta nella corsa sul metodo scopre che i propositi iniziali sono sconfitti dalla cruda realtà dell’affaticamento muscolare.

Una voce interna ci suggerirà di desistere dopo pochi minuti, e non si potrà far altro che adeguarsi al ritmo cardiaco a noi più familiare: velocità a 2,3 chilometri orari.

Rallento, dunque sono.

Addominali metafisici

Chi si presti all’osservazione dell’esercizio addominale s’imbatte spesso nel paradosso delle tempie, ossia quel fenomeno per cui si crede che gli uomini disposti orizzontalmente sul tappetino con le dita sulle tempie stiano meditando.

Presto è evidente come più che alla mente, che pur tengono salda fra le mani, tali uomini stiano omaggiando con ripetuti sollevamenti il proprio ventre, nella speranza che la superfetazione adiposa venga obliterata.

Gli appassionati di metafisica falliscono nel loro tentativo di afferrare le cause prime di quanto si consumi di fronte ai loro occhi.

Per mettersi in condizione di comprendere la natura stessa dei pensieri di questi strambi protagonisti, è necessario ma non sufficiente adottarne i comportamenti, munirsi di tovaglietta e tappetino, e imitarne i movimenti alla lettera.

La parte più gradevole del processo addominale risulta il posizionamento delle dita. Il ripetuto innalzamento dell’addome diviene presto un mistero: perché reiterare la medesima azione indefinitamente?

Il dolore nato dopo tre ripetizioni, quasi quattro, suggerisce che il corpo conferma i dubbi del cervello.

L’addominale mentale, invece, mani alla testa e addome fermo, è un’opzione preferibile, in quanto imita l’inerzia apparente di un Dio motore immobile che tutto comprende, tutto origina, e che soprattutto non suda.

Fenomenologia dei manubri

La coscienza di sé comincia dall’incontro dell’individuo con l’oggetto. Siamo di fronte a una certezza sensibile: il manubrio da 5 kg è di fronte a noi, esiste in un dato luogo e in un dato momento.

Inutile ricercarne il sostrato, meglio usare l’intelletto per capire come sollevare la sua consistenza fenomenica.

L’autocoscienza è lotta: credevamo di impadronirci di quell’oggetto ma soccombiamo come servi cui il loro padrone ha assegnato un compito troppo gravoso.

Proviamo a essere stoici ma poi diventiamo scettici: il manubrio pesa troppo, ci dice la nostra coscienza infelice. La ragione non serve: osserviamo, agiamo, ma la nostra ambizione individuale resta insoddisfatta.

È lo spirito l’unico nostro alleato nella lotta eterna dell’uomo contro il manubrio.

Il soggetto desidera liberarsi di quell’arnese infernale che ci trascina verso il basso, lo spirito oggettivo richiede invece che il rispetto delle istituzioni corrisponda a quattro serie da dieci per i bicipiti.

Ma ecco venire in nostro soccorso la forza dirompente dello spirito assoluto: siamo infiniti! Sia noi che il manubrio apparteniamo a uno stesso Spirito!

Anche se in questo momento è a terra, separato dal nostro corpo, è come se noi lo stessimo sollevando non una, non dieci ma infinite volte.

Non v’è dubbio che tutti quelli che ci guardano con aria perplessa siano digiuni di letture fenomenologiche.

Critica della flession dura

Desidero infine soffermarmi su un’altra pratica molto diffusa. Non è raro imbattersi in uomini che mettono alla prova i muscoli del petto tramite la pratica delle cosiddette flessioni, non già quelle della morfologia linguistica bensì quelle praticate a pancia in giù e con lo sguardo concentrato.

Il personal trainer cui si rivolga una domanda su quante flessioni occorra praticare, risponderà in maniera vaga suggerendo che bisogna fermarsi solamente quando si sente un discreto sforzo.

Come possiamo organizzare a priori la categoria della flessione secondo giudizi a posteriori?

La logica trascendentale richiede una segmentazione arbitraria del continuum che va dallo stato di riposo allo sforzo, che richiamando Zenone è indefinitamente irraggiungibile.

Non è possibile dire con certezza quando dovremmo smettere. Per questo motivo appare evidente come la cosa migliore sia non cominciare neppure.

Così parlò il personal trainer

La disamina di tali diverse attività e attrezzi tipici del nostro campo di indagine si conclude con il confronto ravvicinato con chi presiede e presidia l’area di speculazione muscolare.

Il personal trainer è l’autorità morale che regola il comportamento fisico all’interno del perimetro di influenza.

Non è facile analizzare il nostro scambio con distacco. L’uomo, sulla quarantina, ha i capelli rasati, una canottiera nera, una collana d’oro e l’epidermide artificialmente abbronzata.

La dimensione dei suoi muscoli bicipiti e pettorali supera di gran lunga quelli comunemente osservabili nella più nota rivista sulla Salute Maschile.

Mastica un prodotto dolciario a base di mentolo con ampi movimenti delle mascelle, e mi osserva fin da subito con un’aria di perplessità frammista a disprezzo.

In nuce, egli sostiene che la tendenza naturale di chi scrive non sia affine alle prerogative etico-morali della palestra, e che dovrei abbandonare tale percorso di indagine psico-fisica in quanto inadatto a portarne a termine gli incarichi di base.

Rimango dell’idea di essere uno degli individui più dotati in palestra: sollevo la maggiore quantità di obiezioni, corro un numero elevato di rischi e peso in misura sempre minore le parole.

 

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