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La Divina Commedia secondo Fabio Volo

 

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L’inferno che vorrei

#cantoprimo

Non c’avrò avuto manco quarant’anni, mi ero perso (in tutti i sensi) e c’avevo davanti una specie di foresta, strabuia. Dovevi esserci, se solo ci ripenso mi cago addosso! Da morire. Comunque, qualcosa di buono c’era, ora ti spiego.

Il fatto è che ero morto di sonno e non me lo ricordo proprio come ci sono arrivato. Cammina cammina alla fine della foresta c’è una collina. Intravedo i raggi del sole, e in quel momento mi rassereno un po’.

Hai presente Cast Away, quando trovano la zattera di Tom Hanks e lui si volta indietro per l’ultima volta? Mi giro, do un’occhiata e penso: cavolo! Chi può uscire vivo da là? Decido di riposarmi un po’, me lo sono meritato.

Riprendo la salita ma ecco che mi si para davanti una specie di gattone con le orecchie a punta. Snello, veloce, pelo chiazzato. Non mi si staccava di dosso! Ho pensato più volte di tornarmene indietro, sul serio. Poi però mi ricordo che Paolo Fox ha detto che il Sole transita in Ariete e allora sai che ti dico gattone? Vaffa*****! L’oroscopo non mente.

Poi però quasi me la faccio addosso perché arriva un leone. Fino a quel momento avevo visto solo quello della Metro-Goldwyn-Mayer. Veniva verso di me, sembrava arrabbiato ma soprattutto affamato. La paura si tagliava col coltello. Come se non bastasse ecco una L-U-P-A, ma molto più spaventosa di quella delle maglie della Roma.

Ok, anche se ne esco vivo non ce la farò mai a scalare questa collina, penso. Mi sentivo come Steve Jobs quando stava per perdere tutto: quella lupa del cavolo continuava ad avvicinarsi, ed ero costretto ad arretrare verso la foresta.

Proprio mentre stavo per cadere, ecco che spunta qualcuno che avrei riconosciuto solo dopo. Erano anni che non sentivo la sua voce. Lo imploro di avere pietà di me.

«Ma sei un uomo o un fantasma?» gli faccio.

«Non sono vivo, ma lo sono stato. I miei genitori erano entrambi italiani, originari di Sanremo e Sassari. Nacqui a Cuba, mentre era ancora in vita Joseph Conrad (anche se per poco) e viaggiai per il mondo al tempo dei dittatori. Fui scrittore e partigiano, e celebrai in prosa le imprese del manovale Marcovaldo. Ma tu perché vuoi tornare giù a valle? Perché non sali su questa collina? Là c’è la fonte di ogni gioia».

«Non ci posso credere. Sei tu!? Il grande Italo Calvino, la mia fonte pazzesca di poesia?»

«Cioè, tu sei un’ispirazione smisurata per chiunque scriva! Te lo devo dire, sono un tuo fan, soprattutto di quel romanzo lì, come si chiama… comunque, sei il mio guru a 360°, solo da te ho appreso lo stile con cui sforno i miei bestseller».

«Vedi questa lupa del cavolo? Ti prego aiutami, ho una paura matta!»

Italo si impietosisce a vedermi piagnucolare, e mi dice:

«Se vuoi uscirne, prendi un’altra strada. Questa bestia cerca di bloccare chiunque incontri, a costo di ammazzarlo. E non si placa mai: come si dice, l’appetito vien mangiando… sai con quanti animali si accoppia? Il loro numero crescerà, fin quando arriverà il Veltroni e se ne sbarazzerà come si deve».

«Non gli interesseranno potere o ricchezze, ma soltanto le qualità della mente e dell’animo. Sarà la salvezza di quell’Italia per cui morirono Felice Cascione e gli altri partigiani. Darà la caccia alla Lupa, e la manderà all’Inferno, da dove uscì per mano di Lucifero. Facciamo così: seguimi, ti guido io».

«Ti porterò nel luogo delle pene eterne,  delle grida disperate e degli spiriti dannati; ma c’è anche chi è contento in mezzo alle fiamme, perché spera – un giorno – di arrivare fra i beati. Se vorrai andare fin lassù ti lascerò in compagnia di un’anima ben più nobile di me, perché il Signore che governa tutto qui non vuole che ti ci porti qualcuno ribelle alle sue leggi. Qui è tutto in suo potere, è casa sua».

Ed io: «Poeta, senti, ok. Quel Signore non l’hai potuto conoscere, ma te lo chiedo in suo nome: portami nel posto che mi hai detto prima, fammi vedere il Paradiso!»

Così Italo si incammina, e io lo seguo.

 

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